«Troppo romanesco, basta sciatteria nella lingua delle serie tv»

“Avevo dei laureandi che si occupavano di serie televisive come facevo io,” racconta il professor Marcello Aprile, che insegna linguistica italiana all’Università del Salento, “e quelle tesi di laurea affrontavano l’argomento sempre meglio, in un modo serio e interessante, risalendo indietro negli anni grazie a un costante lavoro di catalogazione”.

Marcello Aprile
Marcello Aprile

“Così, tutti insieme, abbiamo pensato che sarebbe stato un peccato lasciar morire un’esperienza del genere. Il web, l’aggiornamento continuo, è sembrata la forma migliore per comunicare questa nostra passione verso un fenomeno tra i più importanti della storia della televisione”. Nasce L’OST, l’Osservatorio sulle serie televisive e al professor Aprile chiediamo se può funzionare un metodo didattico fondato proprio sulle storie dei nostri beniamini.

“Faccio un esempio banale,” risponde. “Vedere Schindler’s List è molto importante ma non può né deve sostituire lo studio della Shoah. Va benissimo una serie sulla Prima Guerra mondiale ma a patto che accanto ci sia il libro di storia”. In ogni caso le serie possono essere un “complemento importantissimo” alla didattica, “che si parli di House of Cards o di Newsroom, delle storie italiane a sfondo criminale ma anche di opere narrative fondate sui tesori del mondo antico”.

“E’ appena andata in onda un’edizione pessima, direi demenziale dell’Odissea ma non possiamo certo dimenticare la straordinaria miniserie di Franco Rossi del 1968”. Per cui “sì” alla formazione con le serie tv “a patto che si valuti la serialità per quello che è, vale a dire non documentario ma opera narrativa con una sua propria vita autonoma”.

Polifemo Odissea miniserie
Polifemo Odissea miniserie

Con il professor Aprile è opportuno fare un ragionamento sulla lingua delle serie italiane e sul banco degli imputati finisce il loro eccessivo romanocentrismo. “C’è una serie andata in onda di recente su Rai Uno, La strada dritta, una celebrazione dell’Autostrada del Sole, dove ascoltiamo un bambino milanese parlare con accento romano. Accade perfino in Elisa di Rivombrosa, una vicenda ambientata nel Piemonte del XIX secolo. Beh, francamente mi sembra una forma di sciatteria non solo per gli attori ma anche per chi produce storie del genere”.

“Ci sono però esempi positivi, penso a Elio Germano, un attore molisano, della provincia di Campobasso, che ha fatto una miniserie sulla mala del Brenta in cui parlava in veneto esattamente come avrebbe fatto un abitante di quella regione. Oppure allo splendido accento milanese di Kim Rossi Stuart, che pure è romano, nel Vallanzasca andato in onda su Sky. Ecco cosa vuol dire lavorare seriamente sulla lingua. Ecco attori seri, gente che studia la sceneggiatura e l’ambiente prima di mettersi a recitare”.

Vallanzasca Angeli del Male Kim Rossi Stuart
Vallanzasca Angeli del Male Kim Rossi Stuart

Secondo Aprile è vero che “il cinema e le serie criminali sono un po’ il nostro marchio di fabbrica ma accanto a Gomorra e a Romanzo criminale esistono anche, timidamente, tentativi diversi. Rai e Mediaset fanno ampio ricorso al genere della biografia, dalle storie sui Papi alla vita di Fausto Coppi, ma il problema è che nella maggior parte dei casi parliamo di serie fatte male, quasi sempre si tratta di agiografie con personaggi unidimensionali che ne escono santificati. Il conflitto non viene mai rappresentato davvero e questo è un problema, perché di spunti narrativi ce ne sarebbero centinaia”.

“Fino adesso in Italia le serie con personaggi multidimensionali – non tutti buoni o cattivi – sono state quelle criminali, aggiungo Il Capo dei Capi per chiudere la trilogia a cui accennavo, allo stesso Vallanzasca, a miniserie come Faccia D’angelo o ancora a film come Fine pena mai sulla Sacra Corona Unita. Tutti prodotti che hanno dei personaggi complessi e rappresentati in modo complesso. La creatività della fiction italiana a mio parere può esplodere in tanti altri ambiti”.

La politica? “C’è una differenza sostanziale tra la rappresentazione della politica offerta dalle serie americane e da quelle italiane. Ricordo che negli anni Ottante, mentre in Italia dominava il problema della ‘staffetta’ e tutti i partiti di allora discutevano sul nulla, vidi un dibattito tra due candidati alla presidenza degli Stati Uniti: se le davano di santa ragione per esempio parlando di tasse. Ecco, in serie come House of Cards emerge benissimo il pragmatismo di certa politica americana”.

“Mi viene in mente la storia, drammatica, del deputato Peter Russo, che ruota intorno a una vicenda concretissima fatta di appalti e investimenti nelle infrastrutture. Le scuole di formazione politica in Italia andrebbero ripensate e guardare certe serie farebbe molto bene alla nostra futura classe dirigente. Non si può ridurre tutto a puro casting, che del resto è esattamente la negazione della politica statunitense”.

Peter Russo House of Cards political drama
Peter Russo House of Cards political drama

“C’è insomma un limite oggettivo nel raccontare la politica italiana attraverso le serie televisive: rischia di essere una storia poco appassionante. Un po’ com’è accaduto con il giornalismo, dove qualcosa negli anni scorsi si è mosso, una serie è stata fatta ma non ha funzionato e l’hanno chiusa prima ancora che finisse. Ripeto, politici e giornalisti italiani non esaltano, mi spiace per loro ma è cosi”.

Torniamo infine alla natura crossmediale dell’Osservatorio messo in piedi a Lecce. “Vogliamo uscire dai meccanismi produttivi tipici di Rai e Mediaset, ormai anchisolati in logiche non sempre chiare, per esempio nella scelta delle sceneggiature o dei protagonisti. Se si abbattono costi e confini arrivando direttamente a un pubblico più vasto non può che essere una buona notizia. Del resto abbiamo non pochi esempi di collettivi di artisti che in questo modo hanno saputo scavalcare i meccanismi produttivi tradizionali”.

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